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Come acquistare Patria 1978-2008

Ma davvero è successo tutto questo? In un libro di novecento pagine, una cavalcata in quel vero romanzo che è stata l’Italia degli ultimi trent’anni. La nostra storia come non l’avete mai letta.

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1993

Curiosità, fatti eccezionali o semplici accadimenti. Vogliamo sapere come avete vissuto gli ultimi trent’anni, attraverso i vostri ricordi, grandi e piccoli.

Dal sommario di Patria:

La spettacolare (e grottesca) cattura di Riina a Palermo, le bombe di Firenze, Milano e Roma. Gabriele Cagliari, Raul Gardini, Nino Gioè: i suicidi eccellenti. Quella bavetta agli angoli delle labbra. Chi rimpiangerà la Prima repubblica?

E così finisce la Prima repubblica. Appunti per i futuri storici.

Raccontateci il vostro 1993.

59 commenti per 1993

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  • Sergio D'Amaro

    CRONACHE DELL’ITALIA CHE NON MUORE

    I.
    Dentro questo massimo incalzare
    di speranze e di paure nate
    sotto un cielo screziato di zagare

    il tuo mistero, Italia, forsennate
    colombe annunciano tra i soliti venti
    la spuma del Tirreno, le toscane parate

    di colori spalmati sugli eventi
    e sulle sparse pietà residue.
    Nell’ovatta deiettiva del tempo

    si sfioccano le agende ambigue
    di Piovene, quegli aspri anni Cinquanta
    che misero in fuga l’infanzia mia continua

    tra il mare e i laghi, alla paranza
    del vecchissimo nonno con la pipa
    le mani asciutte al sole di levante.

    Italia, allora solo quasi sorta
    tra gomme americane e le lambrette
    più intima più schietta più sentita

    non eri che ruscello e pia pineta
    e fischio di merlo tra le canne
    cacciatore di piste senza meta.

    Ti vestivi di feste contadine
    intrecciavi amen alle balere
    e con Pavese giocavi alle silvane

    mitologie dei paesi e dei quartieri
    i lampioni in piazza e le morose
    i piovosi autunni e le guantiere

    offerte dalle zie come le rose
    i confetti il rosolio la fisarmonica
    le polke le mazurche e le rosse

    tovaglie a quadroni. Italia semplice
    giovane e viva attraverso Pasolini
    riscoprivi le ceneri di Gramsci

    riaprivi gli orizzonti vespertini
    chiusi dal nero fumo delle bombe
    svelavi il seme antico del dominio.

    Cantava Firenze nell’Arno e Roma
    scorreva nel Tevere di alghe molli
    e sinuoso vibrava agli ampi ponti

    pizzicando chitarre ai colli d’oro
    fino al Pincio boscoso e al Celio
    il ponentino accarezzava le cupole

    e le piazze, si perdeva nelle celie
    barocche dei palazzi, alle finestre
    popolari, alle osterie domenicali.

    L’Italia risorta celebrava i suoi estri
    i suoi aromi di Caffè Greco e Aragno
    i teatri borghesi e le modeste

    cucine, “Sogno”, il primo bagno
    le conserve di salsa, il matterello
    la luce ancora a vite e allo sparagno.

    II.
    Ora non siamo più alla speranza
    e nel mistero del tempo che ci tocca
    di nuovo è gonfia la vela alla paranza

    solchiamo offesi e attoniti la rotta
    in piena passione e dolci risse
    alla linea d’ombra che anche Fofi

    segue dopo che ai Sessanta non s’arrese.
    Questo elettronico presente
    annulla attese ed esperienze

    occhieggia lucido dalla parete
    dove sono i miei libri di sempre
    il Curtius il Macchia il Mario Praz

    il faro di Virginia il suo Sussex
    l’Omero di Auerbach i viaggiatori
    le nostalgie romantiche Milocz.

    Anche oggi le nuvole hanno le ali
    e oggi pure cerchiamo le parvenze
    di una qualche lingua dell’altr’ieri.

    Italia bella, più schietta più vera
    risorta pari da una popolare
    democrazia occidentale.

    Amorosa Italia, oggi sei pura
    come le dolci frittelle di mia nonna
    hai le spalle nel verde pullover

    degli studenti anni Settanta:
    nulla è cambiato dai tempi di Piovene
    dall’età novella degli amori pronti?

    III.
    Oh sì, Italia, certo sei cambiata
    non sei più la vergine giovenca
    che trovò Enea al suo fuggir da Troia!

    Sei mobile testarda partigiana
    “indignata” ti dicono, impegnata
    ad empir celle galeotte di strana

    gente, di carattere mezzana.
    E tutto può la pìetas le lacrimae
    rerùm, la polvere e l’altare

    il perdono dell’attico ed il crimine
    il demolir lo Stato e la spocchia
    di rifare alla testa la sua scrina.

    IV.
    In queste cielo del Novantatré
    screziato di zagare e d’influssi
    un posto c’è per la dialettica del tre

    l’opposto il negativo il non tutto
    l’irrazionale correre dell’uomo
    a nascondersi nella buca dello struzzo.

    V.
    L’Italia del Sessanta, ricordi?
    Io giocavo ai trenini e alle corde
    tese per un salto e alle vigne andavo

    a cogliere i primi chicchi d’uva asprigna.
    Gli operai sudavano alle bocce
    bevevano birra Peroni alla bottiglia.

    Coppi moriva ma ormai c’era Nencini
    gridavamo al bar i nostri applausi.
    Fellini rubava la vita coi suoi intrecci

    e dolce la chiamava ma era erosa
    da nuove malattie esistenziali
    che l’Italia facevano più chiusa.

    C’era già il presagio di fatali
    cadute nelle offerte del benessere
    nei vani possessi materiali.

    Milano ospitava Rocco e il suo malessere
    il rock il Pirelli e anche Torino
    diventava città meridionale.

    VI.
    Oh Italia, com’era profonda
    la tua anima più semplice
    i tuoi istinti di donna proletaria.

    Avevi un mare antico di alici
    azzurre e di tonni lottatori
    barche impeciate e reti complici

    che tornavano all’alba nei porti
    tra le voci grosse degli uomini
    cosparsi di essenze salse e di sudore.

    Rompevano la sera i fuochi nei camini
    e il cuore si saziava di canti
    e di storie librate al sole saraceno.

    Eri schietta, Italia, così vibrante
    di colori riaccesi nella luce
    delle piccole lanterne parlanti.

    Dal vaso muto sulla tovaglia lisa
    uscivano i fiori secchi del mercato
    i muri erano coperti dalla muffa

    stavano appesi i quadri di zio Aldo
    il rosario e una vecchia stampa
    di Treviso. Nella cucina al caldo

    preparavano i taralli di Sant’Anna
    cantavano le prime note di Modugno
    infornavano con la lingua su “volare”.

    VII.
    Ai vent’anni il miracolo si spense
    alla banca di Milano e a Valle Giulia.
    Cominciarono le lotte e le esperienze

    d’una tragica sequenza di paure.
    Gramsci era perduto e morto Pasolini
    più non s’andava al cinema ed al club

    sbocciavano gli amori e le pistole
    poco prima del Settantasette.
    Gli inverni erano lunghe parole

    strette nell’eskimo e nelle sciarpe
    all’incontro dei compagni per le vie
    nei bar della piazza principale.

    Come fu inutile la sociologia
    ed ogni ideologia sommersa
    nella neve dell’Italia pia!

    VIII.
    Anch’io me ne partii per il Nord
    in cerca del posto tanto amato.
    Eppure erano gli anni miei migliori

    con molto Leopardi ed Ungaretti
    Thomas S. Eliot e l’Emily di Amherst
    Un po’ di Moravia ed Elio Vittorini

    le città della Ginzburg e di Bassani.
    Fuori del Sud mi sentii più Sud
    e con Franco diedi una tesi

    sul Cristo si è fermato a Eboli di Levi.
    Non potemmo più scordare i nostri archetipi
    gli orologi rotti, la distanza dei tempi.

    IX.
    Care Franco, il futuro ha un cuore
    antico, impastato al dolce miele
    dei croccanti nei tiretti di Matera.

    Ora che il giallo denso delle ginestre
    si attacca maturo alle rocce
    della piccola contrada di Marchese

    ora che l’estate si fa lenta al poggio
    e riarde le sterpaglie di Lantauro
    sicuro è il mio animo dall’odio

    e febbre salutare il suo contrario.
    Oggi vi amo, anni faticosi
    degni di pietà e di veli mortuari.

    Lungo le marine dei miei occhi
    vedo le superbe vele di Ulisse
    e le genti che salutano benevole

    alla nuova terra che risorge.
    Oggi vi amo, anni crudelissimi
    che venite da una storia senza mete

    e sparite nel cosmo di galassie.
    Siete come questo cielo triste
    venato di candide ovatte

    e di lame penetranti di rosso
    sorriso tra i monti lontani.

    X.
    A Firenze, a quest’ora, gli Uffizi
    immortali odorano di zagare
    e dei pennelli che hanno unto i suoi supplizi.

    Non più morte ma suono di fanfare
    non più fuoco ma acqua di fontana
    che rimedio sia per la barbarie.

    Zefiro torna e il bel tempo rimena
    dorme il giglio fermo sullo stelo
    denso il muro degli anni sotto i ponti.

    Libertà va cercando ch’è si cara
    all’uomo nato a non vivere da bruto
    ma per cercar della vita l’erba rara.

    Leonardo e Michelangelo, tornate!
    Quant’è bella giovinezza che si fugge
    e quant’è eterna la gaiezza

    dei popoli a cui l’orgoglio rugge
    si fa durevole certezza
    che il vizio non offende e non aduggia.

    (giugno 1993)

  • Felice

    Mi ricordo enormi manifesti 3 m. X 6 m. con bimbi e altri con anziani, forse, in cieli azzurri con una scritta: FORZA ITALIA. si pensava che fossero la prima parte di una campagna pubblicitaria, ma la seconda non l’abbiamo mai vista, o forse sì.

  • sandro

    26 giugno 1993.
    3 rigori regalati alla roma in una finale surreale non bastano a toglierci una coppa meritata.
    gian paolo ormezzano scrisse: torino, un calcio al calcio di regime.

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