1989
Curiosità, fatti eccezionali o semplici accadimenti. Vogliamo sapere come avete vissuto gli ultimi trent’anni, attraverso i vostri ricordi, grandi e piccoli.
Dal sommario di Patria:
Il miglior manager sulla piazza, una piovra sullo schermo, una Tangentopoli troppo in anticipo, una mente raffinatissima. E un muro, a Berlino, che ci rende piccoli.
Raccontateci il vostro 1989.


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l’anno in cui sono nata ma anche l’anno di svolta del mondo con la caduta del muro.. e con una grande storia alle spalle grazie enrico
NOTA Il testo qui sotto è il racconto in versi di come mi impressionò l’89.
COMMIATO GENERALE DAGLI ANNI OTTANTA
I.
Ancora ho nella mente le vie
le folli ali che ci posano qua
riunite in molti fogli d’agenda
e non so dare date alle onde del tempo.
Questi anni sono un mare
in cui si fonde la precaria goccia del calendario
la volontà di saggiare il sapore del secolo.
Nell’autunno dolce le foglie croccanti
rivestono i nostri Unter den Linden
giocano col vento della storia in rivolta
si staccano dagli alberi con discreta saggezza.
II.
Abbiamo attraversato molte terre
oggi l’orologio segna un riposo presunto
il ritorno di una stagione che non si rivela
che è, sì, autunno e quasi fine
ma non si decide a un precipizio
o ad una interrotta superficie
(Quest’autunno sfumato
cauto e tiepido
quante volte lo vivemmo?
Quante volte l’indecisione
fu più consolante?
Quante volte visse per l’Europa
questo sole sulle foglie
e avvinse gli ulivi e gli abeti?
Era questo l’autunno più atteso
il segno che in silenzio scende
a dare l’allarme nel forte?
Questo era quell’autunno
che appare come un’alba qualunque
e si dispiega sonoro in un’arpa iniziale
e si tramuta in violino e cresce
e torna in squilli e trombe e timpani
e scuote l’aria e invoca il giorno
pieno nella sua grandezza
nella sua luce più chiara
più alta
più tormentosa
e svetta unico nel tempo
con le guglie che bucano il cielo…)
Era questo l’autunno,
l’autunno.
E noi lo vivemmo
noi.
III.
Ora anche noi ci allontaniamo
da questa battaglia
e capiamo mesti il passato.
La stagione delle nuove forme è matura
splende nella mente liberata
come il gabbiano infantile
è un momento distinto del caos
un asse riequilibrato di tensioni.
Resta la pietà degli anni
delle tante piccole morti
cadute nel braciere
e ricoperte di cenere
(Le molte morti che ci hanno inchiodato all’odio
ci hanno straziato e umiliato
tu io gli altri
di fronte alla grandezza della vita
all’inconoscibile cammino
che ci strappa da sé, ci aliena
il lampo il sangue il battito sordo
che ci aliena, l’inganno
gli anni che ruotano
nelle sfere del cielo
nei labirinti del sogno
e posano qua i nostri corpi
e li disfano come valige
- e qua restano come carte in attesa di partire
il vento che le porti alla melodia di qualche voce
alla decifrazione di qualche vecchia scrittura –
fino ai corpi insanguinati di Timisoara
alle belve scatenate nell’ultimo ringhio
alla libertà di una bandiera stracciata).
Resta quest’ultima morte
quest’ultimo atto assurdo di conoscenza
che sdipana il groviglio di delitti
e rende crudo il tiepido autunno di gioia
- E la memoria si riavvolge
ritrova il gelo di altri inverni
il lampo il sangue il battito sordo
le immagini fondanti di una svolta –
- E siamo schiacciati dalle voci
che echeggiano in profondità
con richiami sempre più netti
questa forza che stringe il respiro
le date rimosse, soffocate -.
IV.
Al futuro si addice la speranza
chi può prevedere che la neve diventi una valanga?
Questo è ora il giorno che sorge
è qui che si leva la nuova luce
il coraggio di alzarsi e di uscire
incontro alla città
le vie che si incrociano
in un ritorno di senso
e guidano gli occhi al mutare egli angoli
- il passato è qui, in queste strade
dove le molte identità si fondono
i segnali proiettano immagini
di un cammino che cresce
e sceglie passi ignoti
in un pensiero appena mosso -
- il presente è qui, in questa dilatata armonia
di sostanze durature
nel piacere della memoria
che avanza tra gli affetti e le angosce.
V.
Ora, ormai, devi ricostruire i discorsi
ciò che ancora non conosci
quel che ti spetta
ciò a cui la tua vita è stretta.
Salve, anni del mio secolo,
anni che correte con ruote sempre più grandi
verso la veloce meta del terzo millennio
(un punto che non conosci
per un sentiero che non conosci).
È là che giunge l’uomo
con la sua fragile scienza
sicuro solo della sua accertata essenza
vecchio dubbioso e solo
dopo viaggio e tempo
dopo vago e tenue movimento
teso a un quadro in una stanza
dov’è la pietra uguale all’esistenza.
(23-27 dicembre 1989)
8 novembre 1989. Avevo 18 anni ed ero a Berlino. Quel giorno avevo deciso di visitare Berlino est da bravo turista per vedere i musei, l’altare di Pergamo, la Galleria nazionale…
Ancora non lo so, ma ho il privilegio di farmi per l’ultima volta tutta la lunga trafila al Checkpoint Charlie, compreso turista americano urlante: «Maledetti comunisti! Un giorno tutto questo finirà!”
Era un profeta, ma a me sembrava solo uno fuori di testa.
Dopo la visita “dall’altra parte”, il giorno dopo è cambiato tutto. Vado a vedere la folla in festa, il muro abbattuto e il primo giorno del “dopo”. Ripensandoci è stato uno dei pochi momenti in cui ho visto la storia che cambiava davanti ai miei occhi.
Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Ricordo le immagini di centinaia di migliaia di tedeschi che passano festanti dall’est all’ovest gustando quella libertà che i regimi dell’Europa orientale avevano impedito, ha un significato storico enorme, di fine di un’epoca.